Cybernetics

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WannaCry e una cultura che manca Il recente caso WannaCry ha riacceso i fari sul trade-off esistente tra informatizzazione e sicurezza informatica. In altre parole, dall’attacco ransomware emerge un dilemma tutto tecnologico: la vitale dipendenza delle società altamente informatizzate dai sistemi Ict e la conseguente vulnerabilità tecnologica. Ma stanno proprio così le cose? Seppur nella maggioranza delle analisi di questi giorni, dai media fino ai sedicenti esperti sparsi in tutto il mondo, non si sono risparmiate le valutazioni complottistiche che hanno additato contemporaneamente sia la Nsa sia il Cremlino in simultanea, sarebbe utile, nell’interesse della sicurezza nazionale e aziendale, non soffermarsi esclusivamente al dito che punta la Luna. Infatti, da un’analisi approfondita del modus operandi dell’attacco, sembra emergere invece un’amara realtà: la colpa esclusiva e decisiva del fattore umano. In altre parole, le macchine (ancora non intelligenti) hanno eseguito ciò che l’operatore umano gli ha indicato di fare “senza se e senza ma”. Non a caso, il ransomware è un tipico strumento malevolo (sempre più diffuso) che punta a utilizzare due elementi di vulnerabilità fondamentali: la bassa consapevolezza dell’utente sui rischi cyber e l’assenza della cultura del backup dei propri file su dispositivi esterni e non connessi a Internet. Infatti, se si ricostruisce l’intera vicenda del caso WannaCry, emerge che il riscatto ha fatto leva sulla[...]

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