Perché il negazionismo non va combattuto nei tribunali

Perché il negazionismo non va combattuto nei tribunali
Il negazionismo è diventato un reato. Dopo un decennio di accese discussioni, la Camera ha approvato la proposta di legge che lo punisce con una pena da due a sei anni di reclusione. Ma non è chiamata in causa solo la negazione della Shoah. Pene più aspre sono previste anche per chi propaganda ideologie razziste fondate sulla "negazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra". Come osserva Simonetta Fiori in un lucido articolo pubblicato oggi su Repubblica, ora toccherà ai tribunali dirimere questioni su cui la stessa comunità scientifica non ha ha mai trovato un accordo. Non solo la maggioranza degli storici, ma molti giuristi sono scettici sull'opportunità del provvedimento. Ad esempio: quando scatta la nozione di genocidio? Nel 1948, la Convenzione dell'Onu definì genocidio "l'azione di negare a interi gruppi comuni il diritto di esistere, così come l'omicidio è la negazione del diritto all'esistenza di un singolo essere umano; una tale negazione ferisce la coscienza dell'umanità intera, le infligge una grave perdita [...]. La repressione del genocidio è una questione di interesse internazionale". Ma il genocidio degli ebrei conquistò la scena giudiziaria e storica solamente a Gerusalemme, nel 1961, durante il processo Eichmann. Fu questo processo che fece nascere una nuova consapevolezza della portata della catastrofe e marcò con una traccia indelebile la cultura del secondo Novecento. Il merito fu anche di un sa[...]

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