Tim Raue: utopie panasiatiche a Kreuzberg

Tim Raue: utopie panasiatiche a Kreuzberg
Passa ormai per essere il primo cuoco tedesco, Tim Raue, quarantenne berlinese alla cui consacrazione sembra mancare solo l’agognata tripletta Michelin. Stabilmente ben piazzato ai 50 Best, premiato cuoco dell’anno nel 2007 da Gault & Millau e nel 2011 da Feinschmecker, appena immortalato nel gotha degli chef da David Gelb su Netflix, fa il tutto esaurito nel ristorante che porta il suo nome, il telefono che piange senza posa tanto a pranzo che a cena. La scena berlinese tutt’intorno è in fermento, un po’ come i cantieri che punzecchiano il tessuto vivo della metropoli, che si tratti di una nuova linea della metropolitana o della facciata di un castello neoclassico. Non fa eccezione la ristorazione, dove in assenza di tradizioni autentiche, mentre la retroguardia francofila arranca sul viale del tramonto, i cuochi più dinamici tentano nuove strade. La Neue Deutsche Küche del tristellato Joachim Wissler, con i suoi carotaggi nei giacimenti tedeschi, ma anche l’avanguardia “Blut und Boden” di chi ha la bussola puntata sul Noma. Tim Raue no: lui guarda verso est. Senza fusion né contaminazioni. Quasi che Kreuzberg fosse un nuovo dipartimento dello sconfinato impero celeste. Raue si è arruolato nelle sue fila a sorpresa, tedesco com’è per curriculum e per DNA. Nato proprio a Kreuzberg da una famiglia modesta, al punto da dover soffocare una precoce vocazione per l’architettura, dopo aver ripiegato sulla professione creativa più [...]

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